Enzo C. Delli Quadri

Ideologie importanti sono state e vengono piegate da invidie, parossismi, egoismi, masochismi: non finisce mai questa follia che impedisce lo sviluppo naturale e benefico di un partito di sinistra che, senza eludere la giustizia liberale richiesta da un mondo che cambia, sappia difendere, a denti stretti e uniti, la giustizia sociale.

Il socialismo, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, aveva due anime.

Da un lato c’erano i riformisti (con Filippo Turati), dall’altro i rivoluzionari o massimalisti con Amadeo Bordiga). Questi ultimi erano fedeli all’originario messaggio di Marx, e pensavano che per operare il cambiamento bisognasse mettere in atto una vera e propria rivoluzione.

I riformisti ritenevano che le varie società europee non fossero ancora pronte per mettere in atto i progetti di Marx e che quindi fosse meglio accontentarsi di riforme graduali. I riformisti volevano quindi che i socialisti entrassero in Parlamento, trattassero coi governi e ottenessero cambiamenti.

I massimalisti, invece, non si accontentavano di un “programma minimo”, che avrebbe finito solo per spegnere l’entusiasmo e le forze del proletariato. Bisognava invece puntare all’obiettivo massimo, e quindi alla presa del potere. Alla rivoluzione.

Queste due correnti emersero anche all’interno del Partito Socialdemocratico Russo. I riformisti, che erano una minoranza, vennero chiamati Menscevichi, mentre i rivoluzionari, Bolscevichi. Leader di quest’ultimo gruppo divenne presto Lenin. Quando la rivoluzione russa si realizzò, nel 1917, i bolscevichi presero il potere. E, per marcare la differenza col precedente partito e con gli altri partiti europei, decisero di rifondarsi con un nuovo nome. Nacque così, nel 1918, il Partito Comunista Russo, che qualche anno dopo avrebbe cambiato nome in PCUS, Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Dal 1920/21, dal socialismo si scissero i comunisti: si separarono in due partiti diversi perché interpretavano in maniera diversa gli scritti di Marx.

I socialisti continuarono a richiamarsi alla tradizione marxista. Solo per fare un esempio, la falce e il martello rimasero per molti decenni nel simbolo del Partito Socialista Italiano e di altri partiti socialdemocratici. Queste formazioni, però, continuavano a interpretare Marx in chiave sostanzialmente revisionista.

I Partiti comunisti, invece, leggevano Marx filtrandolo attraverso la lettura di Lenin. Il politico russo infatti aveva delineato un programma molto preciso, colmando i vuoti teorici lasciati da Marx. Secondo lui, il Partito comunista doveva essere fortemente accentrato, animato da una ferrea disciplina, guidato da un’avanguardia rivoluzionaria che avrebbe dovuto anticipare la volontà delle masse. Anche per questo, sarebbe quindi più corretto parlare non tanto di marxismo, quanto di marxismo-leninismo.

La lotta a fascismo e nazismo portò comunisti e socialisti europei a riavvicinarsi per qualche tempo, ma nel dopoguerra le posizioni tornarono a differenziarsi. Per questo, i socialisti espressero sempre riprovazione nei confronti della repressione che l’URSS operava nei suoi paesi satelliti.

Questo diverso atteggiamento ebbe conseguenze molto rilevanti tra il 1989 e il 1991, quando crollarono il comunismo e l’Unione Sovietica. I partiti comunisti europei furono ovviamente travolti da questo fatto. Cercarono di sopravvivere in alcuni casi rinnovandosi, in altri cambiando nome e, di fatto, trasformandosi in partiti socialdemocratici.

I partiti socialisti, invece, salvo che in Italia, sopravvissero, e anzi generalmente crebbero. La crisi dei “cugini” rafforzò la loro posizione, ponendoli come incontrastati leader delle formazioni di centro-sinistra. Così avvenne in Spagna e in Francia, mentre in Inghilterra e in Germania (Ovest) i comunisti praticamente neppure esistevano.

In Italia, infatti, avvenne qualcosa di diverso. La crisi del comunismo venne a coincidere con lo scoppio di Tangentopoli e la messa in stato d’accusa dei vecchi partiti. Il PSI, che avrebbe potuto trarre grandi vantaggi dalle difficoltà dei comunisti, fu travolto dagli scandali e dalle inchieste giudiziarie e quasi scomparve.

Per questo, il PCI seppe riposizionarsi, trasformandosi in PDS prima e DS poi, prendendo sostanzialmente il posto del moribondo PSI. In pratica, i comunisti che nel 1921 avevano lasciato il PSI perché troppo moderato, ritornavano 70 anni dopo sui loro passi, abbandonando il comunismo e risposando le tesi socialdemocratiche. Per sostanziare il ritorno cambiarono il nome del Partito, nel 1991, da PCI in PDS (Partito democratico di sinistra), il cui primo segretario fu Achille Occhetto, nel 1998 in DS con Massimo D’Alema, infine, nel 2007, in PD, con la confluenza in esso di un partito di sinistra, il PDS guidato da Veltroni, e un partito di centro, la Margherita, guidato da Rutelli.

Ebbene, attorno alla maturazione e trasformazione dei comunisti in socialdemocratici imperversò l’anima nera e divisiva di molti intransigenti comunisti, con scissioni e contro-scissioni, in una girandola, manco la giostra di San Gennaro.

Questa fu, dopo la fine della seconda guerra mondiale, la follia politica degli esponenti di sinistra, ciascuno con la propria verità in tasca.

  • Tra il 1960 e il 1976 nacque il Movimento Studentesco (MS) di Mario Capanna, attivo in molti atenei d’Italia, particolarmente a Milano.
  • Nell’autunno del 1969 nacque Lotta Continua con Adriano Sofri, in seguito a una scissione in seno al  Movimento operai-studenti di Torino che aveva infiammato l’estate delle lotte all’università e alla Fiat.
  • Nell’autunno del 1969, sempre in seguito a una scissione in seno al Movimento operai-studenti di Torino, nacque anche Potere Operaio con Toni Negri,
  • Dal 1976 nacque il Movimento Lavoratori per il Socialismo  sulla scia del suddetto Movimento Studentesco,  sorto nel 1968 all’ Università statale di Milano.
  • Nel settembre del 1970, il Manifesto, già giornale,  si costituì come formazione politica con una piccola rappresentanza parlamentare (Pintor, Rossanda, Caprara).
  • Dal 1968 al 1978, quando si sciolse in Democrazia proletaria, operò l’organizzazione comunista Avanguardia operaia (AO).
  • Nel luglio del 1974 si costituì il PDUP Partito di Unità Proletaria per il Comunismo  con Vittorio Foa e Luigi Magri
  • Nel 1975 nacque Democrazia Proletaria (DP) con Mario Capanna e Giovanni Russo Spena
  • Nel 1979, sulle macerie dei Gruppi comunisti rivoluzionari  (GCR) nacque la Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR), con Livio Maitan.
  • Nel 1984 Lidia Menapace fondò il Movimento Politico per l’Alternativa.
  • Nel 1991, come detto, con Achille Occhetto, il PCI si trasformò in PDS
  • Nel 1991 nacque Rifondazione Comunista – come  movimento contrario allo scioglimento del Partito Comunista Italiano con Cossutta e Bertinotti
  • L’11 ottobre 1998 venne fondato Il PdCI con Fausto Bertinotti e Oliviero Diliberto, in seguito ad una divisione interna a Rifondazione Comunista e in concomitanza con la crisi del Governo Prodi I.
  • il 20 dicembre 2009 nacque Sinistra Ecologia Libertà (SEL) fondato dalla confluenza di quei gruppi che non condivisero la nascita del Partito Democratico:
    • Sinistra Democratica, guidata da Claudio Fava.
    • Movimento per la Sinistra, guidato da Nichi Vendola.
    • Unire la Sinistra, guidato da Umberto Guidoni.
    • Associazione Ecologisti, guidata da Loredana Depretis
  • Nel 2016/17 si staccano dal PD
    • Possibile di Civati
    • Futuro e Sinistra di Fassina
  • Nel 2107 nasce SI – Sinistra Italiana con Fratoianni che raggruppa SEL, “Futuro e Sinistra” e alcuni fuoriusciti dal M5S.
  • Nel 2017 i vecchi comunisti come D’Alema e Bersani si scindono dal PD e fondano l’MDP – Movimento Democratici e Progressisti.
  • Nel 2017 nasce una idea di Campo progressista con Giuliano Pisapia
  • Nel 2017 nasce il Gruppo dei Civici con Montanari e Falcone; già nel 2017 il Gruppo dei Civici non trova un accordo e pensa di scindersi.

Una linea folle, più nera che rossa, che dura dal 1921, senza soluzione di continuità.

E’ certo che tante scissioni, in gruppi e gruppuscoli, rispondono ad esigenze profonde e sentite. È altrettanto certo, però, che esse tradiscono il concetto di democrazia interna di un movimento, dove dovrebbero coesistere una maggioranza e una minoranza con quest’ultima pronta a diventare, a sua volta, maggioranza; si preferisce, invece, scindersi e scindersi e scindersi……in forme egoistiche, masochistiche, autodistruttive.

La salvezza della sinistra passa attraverso un partito pluralista che esprima una minoranza e una maggioranza da contestare ed eventualmente da scalzare, piuttosto che attraverso questo microcosmo creato per scissioni continue, motivate formalmente da grandi ideologie ma supportate, nei fatti, da egoismi, invidie, sabotaggi, rotture puerili, ricerca affannosa e improduttiva di differenze barocche. Questo inaccettabile microcosmo, in nome del popolo di centro-sinistra, in nome di un alto ideale di comunanza e rispetto, dovrebbe operare nell’unico grande contenitore, rappresentato dal PD, oggi guidato da Renzi, domani da Bersani, dopodomani da Civati o Pisapia, risolvendo all’interno del partito ogni divergenza ideologica ed evitando di consegnare il paese alle destre di Salvini e Meloni.