Agnone è in Molise, ai confini con l’Abruzzo

Come molti sanno, tornare in paese, dopo lunghe assenze, è un continuo salutarsi con dialoghi serrati su politica ed economia oppure frasi di circostanza più o meno sentite, comunque interessate, su stato di salute e sugli ultimi avvenimenti intervenuti nelle rispettive famiglie.  Tralascio queste ultime sufficientemente note e mi soffermo sui dialoghi a sfondo antropologico e politico. 

Nel primo caso, quello antropologico, l’oggetto della discussione è il continuo deterioramento del dialetto. Non so come e non so perché ma pur avendo girato il mondo in lungo o in largo, quando arrivo in paese, sale forte in me, in automatico, la voglia di parlare in dialetto. Sarà che mi fa star male il lungo digiuno dalla mia terra o per altre ragioni. Ma io ho voglia di dialetto. Il mio non è quello scientifico che l’amico Domenico Meo sta gelosamente conservando a futura memoria, con scritti, audio e audiovisivi; il mio è quello che definisco ante-tv, cioè quello che si parlava (almeno che io parlavo) prima dell’avvento della Tv e delle lezioni del famoso maestro Manzi che dallo schermo insegnò l’italiano a milioni di italiani. Ebbene, mi sono ritrovato con molti che non riescono a parlare il dialetto e a non conoscerne molte parole. Altri invece lo biascicano in modo, per me, inverecondo. Per esempio, salutando uno di loro, mi son sentito dire: prima ne parlam e po vedem;queste parole giungono al mio orecchio, non abituato perché da poco arrivato, come lo stridio del gessetto sulla lavagna. Perché il mio orecchio è abituato a: próima ne parléam e podoppe vedàime. 

Il dialogo, a sfondo politico è, purtroppo, meno divertente del primo, qui trascritto in italiano per facilitarne la comprensione. “Ciao Enzo, come va? Tu sei qui, io sono più a Roma che ad Agnone. Sai i miei due figli oramai sono lì ……“. Interloquisco: “Scusa, ma tu sei ancora giovane, sei ancora impegnato sul lavoro”. Mi risponde“Per favore, non parlarmene e non farmene parlare; in breve, hanno chiuso la mia attività e, ora, sono costretto, tutti i giorni, ad andare su e giù da Isernia e qui in paese è tutto deprimente”. Mi sfugge di dire: “Mi dispiace ma ve ne parlai 30 anni fa” Lui, di rimando:“Eri un veggente”. So che lui non vorrebbe parlarne ma mi sento in dovere di precisare:“Non sono un veggente; era tutto previsto già 30-40 anni fa quando ne scrissi su tutti i giornali d’Italia e promossi la secessione di Agnone da una regione inesistente (oppure esistente solo per piazzarci pale eoliche o impianti a biogas). Allora Agnone aveva ancora circa 9/10.000 abitanti e poteva aspirare ad essere una cittadina produttiva e indipendente dalla finanza pubblica se solo, invece di spendere milioni e milioni di euro (da allora ad oggi saranno circa 3 miliardi) per raddoppiare strutture burocratiche regionali e provinciali, come avvenuto con la divisione dell’Abruzzo dal Molise, si fosse deciso, da parte dello Stato, di investire nelle centinaia di attività imprenditoriali e artigianali che avevano retto le sorti del Paese da oltre un secolo, per riconvertirle: Lanificio, Pastificio, Elementi per le Costruzioni Edilizie,  Ramera, Lavorazioni del ferro, della ceramica, ecc.. ecc…o per migliorarle, come l’Ospedale.. Non si sarebbe verificata la terribile desertificazione demografica che ha visto il paese perdere negli anni migliaia e migliaia di abitanti e l’ospedale, voluto e creato da cittadini agnonesi, sarebbe ancora pienamente operante.
Oggi si può solo sperare che vengano lasciati in pace, se non si vuole aiutarli, gli operatori agnonesi (Caseifici, B&B, Ristoranti, Operatori Agricoli, Negozianti, Artigiani) che, con tenacia, abnegazione, forza morare e materiale, sacrifici e privazioni, riescono a mantenere in piedi un paese piccolo ma sempre e ancora tanto bello, sia salvaguardando il suo preziosissimo  patrimonio artistico e architettonico sia salvaguardando e implementando quello ambientale. 

* la foto è di Francesco Giaccio

Enzo Carmine Delli Quadri