Di Maio s’inventa che la procedura d’infrazione in via di applicazione da parte dell’Europa sia stata causata da debiti accumulati dal PD. Neanche Crozza nell’imitazione di Antonio Razzi

Esilarante Luigino Di Maio che, in merito alla procedura d’infrazione per surplus di indebitamento che la Commissione Europea ritiene pienamente giustificata, se ne esce con una battuta su Facebook: “Ora si parla tanto di questa possibile procedura di infrazione e sapete cosa riguarda? Riguarda il debito prodotto dal Partito democratico nel 2017 e 2018”. Roba che, se fosse stata pronunciata, a parte invertite, da un parlamentare dell’opposizione, sarebbe stato scarnificato dai Grillini. A Di Maio la si perdona, perché tutti sanno che le sue affermazioni sono solo battute da Grande Fratello, suggerite dall’esperto in materia, Rocco Casalino e fanno concorrenza a Crozza nell’imitazione di Antonio Razzi.

La verità, invece, sta tutta in quel che è successo subito dopo che in due commissari europei Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici avevano dichiarata giustificata l’applicazione di una procedura d’infrazione all’Italia cui Moscovici aveva aggiunto, dialogante: “La mia porta è aperta”.  In effetti il collegio dei Commissari, in riunione proprio per discutere del caso Italia, ha chiuso a ogni dialogo, tant’è che è quasi certo che già il 9 luglio,  all’Ecofin, potrebbe scattare la procedura d’infrazione per debito eccessivo, a seguito delle manovre quota 100 e reddito di cittadinanza (altro che debiti accumulati dal PD).  Sarebbe la prima in tutta la storia dell’eurozona. Il primato sarebbe, quindi, tutto italiano.

In tutto questo, il Governo giallo-verde di Salvini e Di Maio non potrà contare sul tanto sospirato supporto dei partiti sovranisti perché, seppur abbiano ottenuto qualche deputato in più nel parlamento europeo, si presentano del tutto sparpagliati; i più importanti non hanno intenzione di allearsi con la Lega di Salvini. Lo riferisce da Bruxelles l’inviata dell’Huffington Post, Angela Mauro: Matteo Salvini colleziona una sfilza di no per la formazione del suo agognato ‘gruppone’ sovranista. Solida l’alleanza con Marine Le Pen, ma non basta a convincere nuovi affiliati. Oggi gli arriva il no ufficiale del leader dello Brexit Party Nigel Farage, da sommare al no del polacco Jaroslaw Kaczynski, di Viktor Orban che non ha intenzione di lasciare il Ppe e anche dei nazionalisti olandesi di Thierry Baudet, quelli che hanno superato Gert Wilders, il sovranista presente con Salvini sul palco elettorale di Milano ma punito dalle urne: nemmeno un eletto. Declinano l’invito anche i nazionalisti spagnoli di Vox. E pure l’ultradestra tedesca, Afd, benchè alleata della Lega in campagna elettorale, non si sta sbilanciando sull’ingresso nel nuovo gruppo, non ancora.