Il dibattito pubblico è oggi imperniato sulla possibile pandemia da coronavirus. In tutto il mondo sono in ballo vite umane di persone anziane (i bambini pare siano immuni) dopo che il focolaio accesosi a Wuang in Cina è stato portato in giro da cinesi in gita turistica nelle diverse nazioni del pianeta, non ultima l’Italia, meta obbligata di ogni tour che si rispetti.  Questo virus determina una mortalità pari al 2% della popolazione contagiata, a fronte dell’ 0,5% della mortalità che colpisce la popolazione colpita da una influenza stagionale. Giusta l’attenzione e la preoccupazione, ma non credo che sia giusto seminare tanta paura, con una psicosi collettiva ad uso di untori politici e fameliche case farmaceutiche, che rischia di paralizzare il pianeta.

Oltre alla Corona virus, c’è un altro argomento che paralizza la comunicazione italiana: il citofono. Esecrabile, se utilizzato da un ex ministro degli interni per invadere la privacy di un cittadino, mettendolo alla gogna; esecrabile, se utilizzato dalla stampa per distogliere da altri problemi molto più seri.

A questi due argomenti, la Comunicazione aggiunge, poi,

  • la prescrizione tra chi ritiene che la sua eliminazione condanni un innocente a sottostare alla giustizia per decenni e chi sostiene che la sua eliminazione consente di perseguire i colpevoli fregandosene degli innocenti,
  • le concessioni autostradali, tra chi sostiene che la loro revoca costi troppo allo Stato e conseguentemente convenga comminare una multa salatissima con la quale ricostruire ponti e strade e chi sostiene che vada perseguita la revoca, costi quel che costi, tanto paga pantalone.
  • l’Alitalia, l’Ilva, tra chi sostiene che le attività vadano cedute o chiuse secondo leggi di mercato e chi sostiene che vadano salvaguardati settori importanti del Paese spingendosi fino all’ipotesi della nazionalizzazione.

Domanda: di quanto la coronavirus, il citofono, la prescrizione, le concessioni autostradali, l’Alitalia, l’Ilva possono incidere sulla ricchezza dell’Italia, sulla sua possibilità di crescita, sui posti di lavoro, sullo sviluppo, sulla innovazione? La risposta è semplice: POCO, MOLTO POCO.

Viceversa: sorvoliamo sui problemi profondi del Paese. ci dimentichiamo di problemi molto molto molto seri. In primis: la bassa produttività del lavoro, intesa come prodotto lordo per ora lavorata.

Infatti l’Italia va male, anzi malissimo, non solo per il suo elevato Debito Pubblico che va rinnovato di mese in mese sperando che i creditori lo rinnovino, ma anche e soprattutto per la bassa produttività del lavoro, vale a dire la scarsa capacità di crescere. Di conseguenza,  da una parte abbiamo ogni mese una colossale rata di mutuo da pagare (gli interessi sul debito pubblico), e dall’altra uno stipendio sempre più misero (la crescita che stenta).

La produttività riflette la capacità di un’azienda di produrre di più, combinando meglio i vari fattori della produzione attraverso nuove idee e innovazioni tecnologiche, dei processi e dell’organizzazione. I dati sono drammatici: Tra il 2010 e il 2015 la produttività italiana è aumentata solo dello 0,14% medio annuo. Dopo una ripresa degli anni 2016-17, la produttività, nel 2018, è calata dello 0,3%. Siamo stati superati anche dalla Grecia, restando ultimi in assoluto in Europa.

Senza crescita è impossibile ridurre il peso del debito pubblico, che diventa ogni giorno più ingombrante e pericoloso. La storia economica dimostra come i periodi di grande miglioramento delle condizioni di vita di un Paese siano segnati da un forte progresso nella sua capacità di produrre di più a parità di ore lavorate. È successo in Gran Bretagna durante la rivoluzione industriale e in Italia durante il secondo dopoguerra.

Siamo impegnati sulla corona virus e sui citofoni, sulle revoche delle concessioni e su crisi aziendali. Lega e 5 Stelle hanno dato assoluta priorità a sussidi come il reddito di cittadinanza e quota 100, che elargiscono spesa pubblica senza aiutare la crescita di lungo periodo. Partito Democratico e 5 Stelle si stanno impegnando nel salvaguardare posti di lavoro di imprese in crisi, prime fra tutte Alitalia e Ilva, curandosi poco di quanto costerà salvarle. I politici dicono di voler aiutare chi è rimasto indietro e sostenere la transizione verso l’economia del domani.

Ma se nessuno pensa a come costruire l’Italia del futuro, se nessuno pensa a come far ripartire e migliorare la produttività del lavoro, se nessuno pensa a riaprire cantieri di lavoro, finiremo nelle sabbie mobili della stagnazione e regressione: ogni tentativo di ripresa non ben ragionato e perseguito finirà per affossarci sempre più. Ogni deviazione di pensiero e comunicazione da problemi veramente seri per la Nazione, porterà verso esiti indesiderati.