Accusano Renzi di dire una cosa e farne un’altra. Agli ignari sfugge l’arte della politica e pensano che tutto si risolva in una ragioneristica presa di posizione fatta di numeri e non di argomentazioni ed emozioni.

Senza farla troppo lunga, lo Stai Sereno rivolto ad Enrico Letta non era una fuffa; era un segnale di fiducia, fatta salva la necessità che l’allora Presidente del Consiglio si desse una mossa e procedesse nell’azione attiva del governo, cosa che languì.
L’altra sua dichiarazione – Se perdo il referendum (del dicembre 2016) vado a casa e lascio la politica ebbe un seguito: si dimise, salvo evitare che si facesse sfracello della sua attività politica, della sua famiglia e della sua persona. Purtroppo tutti sappiamo come è andata, con i suoi compagni di partito che si sono comportati come bande armate e con un Paese pronto a scaricare su di lui tutte le nefandezze di questo mondo, salvo dover prendere atto, oggi, che, con il suo governo, l’economia aveva ripreso a muoversi positivamente, che molte riforme avviate e concluse avevano dato risposte a molti settori dimenticati dalla società (dopo di noi, unioni civili, caporalato, industria.4).
Arrivando ai giorni nostri, credo sia chiaro a tutti che il suo intervento perché nascesse il governo giallo-verde, fu dettato dalla necessità che un signore del nord prendesse i pieni poteri, cambiasse la Costituzione Italiana e allontanasse l’Italia dall’Europa. Non ha cambiato idea sui 5S ma fece di necessità virtù.

E qui veniamo al punto importante: Renzi favorì, con Grillo, il governo giallo-rosso ma disse anche che esso avrebbe dovuto servire solo a superare il momento pericoloso che la Lega di Salvini aveva creato. Di contro Zingaretti e i suoi del PD non volevano la nascita di questo Governo, non volevano Giuseppe Conte a capo del Governo, salvo poi innamorarsi del Governo e dei 5Stelle e indicare Conte come la stella polare dei progressisti. E siamo giunti all’assurdo di un PD che si lascia condizionare da Conte, da Bonafede e da un qualsiasi grillino che dica la sua e, ciononostante, butta la croce su Renzi perché non accetta questo giocattolino ad uso di Franceschini e Orlano e tutta la pletora della banda armata che tutto fece per disarcionarlo. Peccato che, per farlo, il PD ha dovuto rinunciare ad almeno un 15% di moderati che, con Renzi, si erano avvicinati al centro-sinistra e che oggi sono sparpagliati in formazioni politiche tra destra e sinistra.

L’ultimo casus belli rivelatore di tutto è la prescrizione: Renzi chiede che si dia tempo al Parlamento perché si proceda alla riforma della giustizia penale per avere processi rapidi ed equi; nel frattempo, resti in vigore la legge Orlando che nel 2017 allungò i termini di prescrizione che Berlusconi aveva ridotto ai minimi termini. Di contro, il PD fa comunella con i 5S per rendere vana la legge del suo attuale vicesegretario di partito, Orlando, nell’ottica di una alleanza con i 5 Stelle che sta solo nella testa di Zingaretti e nella testa obnubilata degli attuali dirigenti del PD.

Ma di quale alleanza o coalizione parla Zingaretti? Qui siamo in presenza solo e soltanto di giochetti da politica di quartiere, dove ognuno gioca la sua partitina senza una identità, senza un’anima, senza una visione di futuro: Il PD si preoccupa solo di non dare spazio a Renzi ma, nello stesso tempo, di non apparire appiattito sulle posizioni dei 5S, mettendo insieme un cartello di idee sulla giustizia che fanno a pugni con la Costituzione; il M5S si preoccupa solo di mantenere il punto su una sua battaglia che sarebbe giusta se non fosse che vuole raggiungere l’obbiettivo di una efficace procedura di diritto penale partendo dalla coda del problema (prescrizione) piuttosto che dalla testa (processo equo e giusto).

Di conseguenza I giallorossi si stanno rivelando una unione tra diversi. E l’esecutivo si mostra sempre più un insieme di interessi particolari. Manca una visione unitaria. Manca una strategia unificante. Tutto diventa finzione: il PD sta ricollocandosi nell’alveo del vecchio Partito Comunista, il M5S tenta di recuperare una zona di intermediazione, né di qua e né di là, con un Capo provvisorio non riconosciuto che dimentica anche le origini del movimento, un ex-capo che va in piazza contro il governo di cui è ministro, guerriglieri in giro per il mondo pronti a tornare in campo con idee diverse da quelle che in campo già operano. Giuseppe Conte finge di essere il Presidente del Consiglio