Non è polemica ma realtà dei fatti che deve far riflettere sul nostro sistema democratico imperniato su lungaggini, sbandamenti, esitazioni, rinvii, inconcludenze, prolissità. Nessuno vuole l’uomo forte al comando, ma un governo che sappia decidere ed abbia il potere di decidere è fondamentale per un Paese come il nostro dove accanto a una maggioranza di italiani fattivi, collaborativi, operosi, industriosi, c’è una minoranza di ignoranti, imbecilli, presuntuosi con un senso civico prossimo allo zero. Qualcuno derise e fece carte false per abbattere il referendum del dicembre 2016 con il quale lo Stato avrebbe riassunto in sé tutta una serie di funzioni oggi in concorrenza con le Regioni. Molti deridono l’idea di nominare il Sindaco d’Italia e non riflettono sul fatto che egli avrebbe la certezza di governare senza doversi consultare con capi partito incoscienti o incapaci e con centinaia di altri funzionari dello Stato, scalda poltrone.

Non è polemica, è la fotografia del processo decisionale che, in questa immane tragedia che ci ha colpito e che colpirà ancora per anni, è risultato sfrangiato, sfilacciato, ambiguo, vago, sfuggente, con tanta confusione all’interno della compagine ministeriale. Lo spaventoso numero dei morti, a quindici giorni dal lockdown parziale, dice che finora la cura non ha funzionato Oggi, coloro che si beavano nel dire che il “modello italiano” era da esempio per tutti, si stanno convertendo al modello coreano (uso della tecnologia per individuare i portatori di virus e isolarli, lasciando il resto della popolazione libera di muoversi). Non che l’opposizione si sia comportata meglio, anzi, ha assunto, anch’essa posizioni demagogiche e contraddittorie.

Ne emerge un quadro sconfortante di una classe politica che non conosce l’algebra (da febbraio si sapeva che il virus ha fattore 2,5 e che, quindi, il contagio era ed è esponenziale), ha timore di perdere il consenso e va avanti a tentoni per poter dire, alla fine, le abbiamo provate tutte, che altro potevamo fare, peccato che intanto i morti siano migliaia, il sistema sanitario sia al collasso e i malati siano decine di migliaia se non centinaia di migliaia.

Giuseppe Conte, pavido e timoroso di diventare impopolare, ha resistito, fino all’ultimo, alla pressione di governatori, amministratori e sindacati e solo ieri sera ha tratto le conclusioni di un mese folle: chiusura totale delle attività produttive, ad esclusione di quelle essenziali per la vita dei cittadini, vale a dire agroalimentare e sanità e attività connesse.

La scelta è stata obbligata anche per evitare un disordine istituzionale con regioni e amministrazioni pronte a mettere in campo un confuso e caotico sistema normativo, proprio ore, invece, che occorre una chiaro ponte di comando con regole chiare e trasparenti