C’È CHI VIVE ALLA GIORNATA E CHI PENSA AL DOMANI e non è colpa mia se Renzi la pensa come me: il Governo ha tardato nelle misure di prevenzione sanitaria. Dal 25 marzo le disposizioni sono chiare. Bene. ORA OCCORRE PREDISPORRE MISURE PER IL FUTURO, per riaprire l’Italia, non si può pensare di vivere chiusi i casa, con imprese che chiudono e licenziamenti che corrono.

INTERVISTA A RENZI  (dall’ Huffington Post di oggi)

Scusi Matteo Renzi, gliela metto in modo che può apparirle sgarbato, ma riaprire ad aprile le fabbriche sembra una proposta alla Boris Johnson sull’immunità di gregge.
Con una battuta potrei dirle che ho querelato per molto meno. Il paragone non sta in piedi, le ricordo che ho esordito nel mio intervento al Senato per ricordare che apparteniamo al paese che carica Anchise sulle sue spalle e non si abitua ad abbandonare i propri cari. Noi siamo l’opposto di Boris Johnson.
E dunque ad aprile si dovrebbe riaprire?
Io ho fatto un discorso ben diverso. E certo non voglio riaprire tutto ad aprile. Ma dobbiamo purtroppo convivere per lunghi mesi con questo maledetto Covid-13.
Ecco, lo spieghi perché a molti è sembrato una follia tornare a lavorare tra pochi giorni, con questi numeri sui contagi.
Non sto indicando una data. Sto dicendo che è arrivato il momento di ragionare su come riaprire. I leader devono guidare, non inseguire, non sono dei follower. Altrimenti la politica diventa populismo e si seguono solo i sondaggi. E allora è un discorso di verità quello che io faccio. Con il Covid-19 siamo chiamati a convivere per un anno, forse due, questo non lo dice nessuno. Dobbiamo attendere il vaccino. Immaginiamo di stare chiusi in casa con la gente che fa la fame o troviamo un modo per gestire questa fase? Possibile che nessuno comprenda la drammatica importanza di questa domanda? Possibile che si debba minimizzare questo problema così grave?
Mi pare che il lockdown risponda a questa esigenza. Anzi mi pare che è stato fatto tardi e il timing dipende anche dai numeri e dall’estensione del contagio. O no?
De Angelis, cerchiamo di essere franchi. Chiarito che dovremo convivere per un lungo tempo, c’è bisogno di capire il “come”. È chiaro che la ripartenza deve essere scaglionata, e senza ripetere gli errori fatti nella chiusura, con la confusione delle conferenze stampa, le polemiche sui codici, le dirette facebook stile Grande Fratello, etc. Ma non voglio alimentare tensioni adesso. Dico che è il momento di fare un’operazione verità e di dire anche cose spiacevoli.
Le dica, perché non riesco a seguirla. Lo ammetto ho il pregiudizio di chi pensa che questo discorso sia “prematuro”.
Viva la sincerità. Ma sono abituato a essere criticato per dire le cose troppo presto. Meglio prima che dopo comunque. Si può dire, anche se è spiacevole, che non possiamo morire di Covid-19, ma nemmeno di fame? Che bisogna riaprire piano piano con tutte le cautele? Che gli anziani usciranno dopo i giovani? Una cassiera può lavorare e un operaio stradale no? O vogliamo trasformare l’Italia in un territorio in cui sono tutti in casa e c’è solo reddito di cittadinanza? Comprendo Provenzano, Castelli e Catalfo che lo propongono e, dal loro punto di vista, ha una logica: se non sei in condizioni di riaprire è evidente che devi immaginare un reddito per la gente, solo che arrivi a 200 per cento del Pil e tra tre mesi c’è la rivolta sociale. Io sto proponendo un’altra logica, quella di produrre anche durante il coronavirus: altrimenti l’emergenza sociale supera quella sanitaria.
Mi deve perdonare se insisto, ma forse è un mio limite, però io davvero non capisco come questo ragionamento sia “indipendente” rispetto alla dinamica dei contagi. Altrimenti significa che lei no condivideva il lockdown sin dall’inizio. E torniamo a Johnson prima maniera.
Lei con Boris ha una fissa eh! Ma scherzi a parte: io ho fatto il giro delle TV europee per dire di chiudere tutto tre settimane fa. Condivido le chiusure, forse andavano fatte prima. Ma sto cercando di capire come ripartire. Provo a spiegare: dal punto di vista della opportunità mediatica, capisco la sua opinione. Ma la valutazione politica deve essere un’altra. Le faccio un ragionamento limite: anche se riusciamo ad arriviamo a zero nei contagi, finché non c’è il vaccino, ci sarà sempre una potenzialità, che oggi si chiama Codogno, domani Rocca Cannuccia. Questo intendo quando dico “convivere”. Quindi dobbiamo attrezzarci seguendo più il modello sudcoreano, con più flessibilità nelle chiusure e nelle riaperture.
Ma la sua proposta qual è? Riapriamo gradualmente le filiere essenziali e poi?
Riapriamo le filiere essenziali e, nel frattempo, dobbiamo fare uno screening di massa con gli esami del sangue oltre ai tamponi di massa. La tesi dei principali esperti di numeri è che noi abbiamo già qualche milione di italiani che preso il virus e ha sviluppato gli anticorpi. Siccome ci vorrà tempo per il vaccino, facciamo uno screening di massa. Se davvero il 10-15% della popolazione lo ha preso, probabilmente è immunizzato. Nel frattempo gli altri devono comportarsi come se fossero potenzialmente contagiosi: mascherina, protezioni. Ma devono andare a lavorare.
Cioè, lei dice: non c’è una fase uno per l’emergenza sanitaria e una fase due per l’economia. Se non si pone il tema di come riavviare un po’ il motore, salta il paese.
Esatto. C’è stato un prima, e ci sarà un dopo all’insegna della normalità, ma c’è un durante in cui un ragazzo di 20 anni può essere nelle condizioni di muoversi meglio e gli anziani devono stare a casa. Se tutti i gatti sono neri e aspettiamo un anno, non ci stupiamo se inizia l’assalto ai forni, come in ogni pagina della peste.
Quindi il suo messaggio alla maggioranza è?
È una emergenza che cambierà per sempre il nostro modo di viverla, gestiamola. Non sono uno che ha minimizzato, non ho fatto i video fuori dal Colosseo, non ho detto “apriamo tutto”, non ho detto “è un’influenza”, ma ho sempre detto “seguiamo la scienza”. Non ho abiure da fare rispetto a tutti gli errori che altri hanno fatto a febbraio. Ma adesso posso permettermi di dire: pensiamo a come riaprire. Chi non ci pensa oggi arriverà in ritardo. Già siamo arrivati in ritardo sull’emergenza sanitaria. Se siamo in ritardo sull’emergenza economica perderemo migliaia di posti di lavoro.
Trump ha chiesto alla General Motors di fare valvole per i respiratori. Pensa che anche in Italia dovrebbe esserci questo approccio da “economia di guerra”?
Questo andava fatto a gennaio e febbraio e mi permetto di ricordare che io proposi formalmente riconvertire alcune aziende della meccatronica per fare i respiratori. Da noi avrebbero potuto farlo aziende del gruppo Leonardo o realtà private. Ma ormai è passato. Quello che voglio dire è: non possiamo permetterci di ripartire a luglio se non vogliamo che i balconi diventino forconi. Quindi le aziende devono stare aperte
Andrebbe spiegato ai lavoratori, che si sentono carne da cannone, ricorda gli scioperi spontanei nelle fabbriche?
Hanno ragione, ma ciò che vale per la cassiera dell’Esselunga, vale anche per l’operaio che può rifare le strade di Roma o i cantieri del dissesto idrogeologico, con un grande piano infrastrutturale modello Ponte di Genova. È chiaro che devi lavorare con i protocolli di sicurezza, mascherine, distanze, ogni precauzione. Ma se lavora la cassiera può lavorare anche il geometra. Tra poco il problema non è di chi ha un lavoro, ma di chi non ha più un lavoro.
Il clima sta cambiando, dicevamo. E la paura sta diventando rabbia. Lei chiede un discorso di verità. Si può dire che è una favoletta, e non la verità, ciò che ha detto il Governo? E cioè: “Nessuno perderà il lavoro, le imprese non chiuderanno”.
È un obiettivo giusto, ma sappiamo tutti che non è veritiero, con un Pil del meno dieci hai una carneficina occupazionale. Il Governo fa bene a dirlo. Ma per realizzare questa previsione bisogna aprire i cantieri E se non dici subito la verità, poi la gente si incazza davvero. Perché è ovvio che c’è chi perderà il lavoro ed imprese che chiuderanno. Su questo sono d’accordo. Serve il linguaggio della verità. Però poi c’è il secondo passaggio: non la reggi la situazione, dico al Governo, solo con la cassa e il reddito. Quando Draghi dice più debito, ha ragione. E più debito lo fai affinché lo Stato dia garanzia alle banche e le banche liquidità alle aziende per una percentuale di fatturato dell’anno precedente. Ho un ristorante? Ho fatturato 500mila l’anno scorso? La banca mi deve dare con la garanzia dello Stato, il 20, 30, 50 per cento, insomma quello che è, di quei 500mila. E deve essere fatto con una procedura automatica come in Svizzera, non con la cultura dei moduli. Abbiamo cambiato quattro moduli di autocertificazione: se non fosse una tragedia sembrerebbe una barzelletta.
C’è una incertezza di fondo del Governo su tanti dossier. Questo Governo che lei prima del Coronavirus stava portando a un passo dalla crisi, non è un po’ fragile in questo quadro?
Nonostante quel che dicono tutti i principali commentatori l’unica cosa che mi preoccupa non è la composizione del Governo, ma la tenuta dell’economia italiana e del quadro sociale. Alle 18 sui balconi non si canta più e si prendono d’assalto i supermercati. Le discussioni politiche sono meno interessanti dei drammi sociali di queste ore.
Va bene, ho capito. Non le chiedo se le piacerebbe un Governo Draghi. Le chiedo un’altra cosa, a vedere le reazioni della sua maggioranza alla riflessione di Draghi: non crede che sia un errore regalare Draghi alla destra?
Draghi non appartiene alla destra, non appartiene alla sinistra, è un punto di riferimento planetario, lo dico con orgoglio nazionale. Quello che ha detto ha stimolato il dibattito in Italia e ha indicato la via per l’Europa e per il resto del mondo. Come il suo messaggio venga ripreso in Europa e in Italia è un tema affascinante. Ma anche Salvini deve chiarirsi. È passato da un’apertura a Draghi all’uscita dell’Italia dall’Euro. Io voglio gli Stati Uniti d’Europa perché il mondo sovranista fa paura: abbiamo le frontiere chiuse, non entra più un immigrato, ma non arrivano più turisti e le nostre aziende faticano a esportare. Io voglio l’Europa vera, non il nazionalismo economico.
Quindi?
Quindi che? Non partecipo al gioco del “Draghi sì”, “Draghi no”. Dico che lui ha indicato la strada. Vediamo di seguirla senza troppe incertezze. Meno decreti e più tamponi. Meno polemiche e più respiratori.
(Intervista a cura dell’editorialista De Angelis)