Dopo la seconda guerra mondiale, una volta leccate le ferite di una tragedia immane che disseminò l’Europa di milioni e milioni di morti, è subentrata l’euforia del consumismo e del Benessere. L’uomo ha preso a vivere avendo presente, egoisticamente, solo le sue esigenze immediate. È prevalso l’atteggiamento ludico, non impegnativo, spensierato, fantasioso, immaginoso: vivo per me stesso, la natura è mia, posso dominarla, assoggettarla, le risorse sono infinite, il presente è il mio Dio, il passato infastidisce, il futuro non esiste.

Come possiamo chiaramente osservare in questo nuovo millennio, la conseguenza di tutto ciò sta nel sacrificio, sull’altare del benessere quotidiano, dell’umanità di là da venire:

  1. Non si mettono più al mondo bambini perché costano “troppo” in termini economici, in termini di tempo da dedicar loro per l’educazione, in termini di sofferenza del fisico delle donne e, infine, perché è complicato mettere al mondo un figlio in un sistema sociale in grave crisi di orientamento, tecnicamente progredito, perfettamente privo di scopo e moralmente incerto. Un esempio eclatante di questo andazzo perverso lo dà Jessica Valenti, femminista americana molto incautamente apprezzata e seguita da milioni di donne. Ha scritto un libro “Why Have Kids?”, tradotto in Italia “le donne intelligenti non fanno figli” dove demolisce il mito della maternità, mettendo in luce lo scarto tra come ci si immagina con un figlio e com’è in realtà essere madre –cioè un incubo. E che, quindi, le donne che non fanno figli sono più furbe, statisticamente più colte (laureate e con master) e quindi più intelligenti. E grazie a questa cultura, istruzione e intelligenza scelgono di non diventare madri.
  2. In natura è sempre esistito un equilibrio fra le varie forze viventi, compreso l’uomo, che ha consentito la loro coesistenza, impedendo all’una di sopraffare l’altra. Una delle proprietà fondamentali della sostanza vivente, è quella di ricostituire sé stessa, riproducendosi entro limiti numerici propri alla costituzione di ciascuna specie, animale o vegetale, in rapporto a specifiche condizioni di ambiente. Lo spazio terrestre è limitato; se il consumo di risorse naturali fatto dall’uomo è superiore alla capacità riproduttiva delle medesime, evidentemente si determina uno squilibrio che, in definitiva, è dannoso alla umanità stessa. L’uomo ha stracciato questa regola, l’ha seppellita. Non si sente parte integrante della natura, si sente estraneo  e straniero ad essa.  In definitiva, la natura viene calpestata e umiliata, dominata e sfruttata ad libitum, sine tempore fines et sine dubio.

La vita che perde il suo legame profondo con l’evento della nascita non è più vita umana. L’uomo, che disconosce la natura come sua madre naturale, non è più vicino a Dio (per i sanniti Cerere o Kerres); dissemina di morte la terra, fino all’autodistruzione.