Gli ignavi sono coloro che durante la loro vita non hanno mai agito né nel bene né nel male, senza mai osare avere un’idea propria, limitandosi, quindi, ad adeguarsi sempre al senso comune (non al buon senso) facendo la voce sprezzante contro chi non la pensa come loro. Dante definisce queste anime come quelle di peccatori “che mai non fur vivi“.

Il povero Carlo Calenda ha a che fare con questi signori che, assisi su scranni occupati un secolo fa, dormono sonni tranquilli per nulla preoccupati di quel che succede intorno, preoccupati invece di mantenere il potere acquisito a danno della popolazione, con illusioni e inganni.

Come, rivela alla giornalista Meli del Corriere, durante una intervista di due giorni fa, Calenda chiese un incontro a Zingaretti il 12 ottobre, ben prima di annunciare la sua candidatura a sindaco di Roma, ma non ottenne risposta alcuna. Tipica degli ignavi. Calenda non ha mai voluto fare strappi su Roma e non pensava a candidarsi; avrebbe appoggiato volentieri tutti i nomi “pesanti” fatti dal Pd. Ma nessuno di quei nomi pesanti  si è reso disponibile. Si sono fatti avanti nomi degni ma chiaramente di secondo o terzo piano come quelli di Massimo Ghini o Monica Cirinnà. Carlo Calenda si è mosso solo in presenza di questo vuoto spinto riempito dai fumogeni dei vecchi marpioni della Ditta.  

Non lo avesse mai fatto. La Ditta si è scatenata con attacchi solo personali.  «In sette anni di vita politica – dice Calenda –  ne ho ricevuti meno che nelle ultime settantadue ore da esponenti PD e LEU. Attacchi perlopiù personali, anche da parte di gente che stimo. L’attacco politico ci può stare, quello personale è infantile e volgare. Dopodiché sono rimasto colpito all’inizio, adesso non me ne importa più niente». 

All’accusa di essere un “pariolino” (gente privilegiata di Roma) reagisce con determinazione ricordando: «Lavoro da quando avevo 18 anni e non ho seguito le carriere di famiglia. Sarò quello che vogliono loro, però mi risulta che l’unica cosa che questo governo ha deciso sul Recovery fund è riesumare Impresa 4.0 (legge promossa da Renzi Premier e Calenda ministro). E non ricordo un ministro che abbia passato più tempo di me ai tavoli di crisi. Nella vita conta quello che fai e non come nasci. È surreale che lo debba ricordare a persone che si definiscono socialdemocratiche». 

A questo punto Carlo Calenda dimostra un po’ di quella sana umiltà ma anche insana credulità sperando che gli ignavi possano rispondere alla sua osservazione legittima: “sarebbe importante che il Pd chiarisca la sua linea. Orlando ha detto che cercheranno a tutti i costi un accordo con i 5 Stelle anche nella Capitale, ma allora perché parlano di primarie e per di più solo a Roma? Credo che Zingaretti abbia l’obbligo, anche nei confronti della città, di dire una parola chiara: vuole far o no l’accordo con i 5 Stelle?». 

Calenda riserva al Governo e alla Ditta che lo appoggia l’ultima parte dell’intervista,  quando la giornalista gli chiede cosa pensa del Covid che imperversa in Italia. Le parole sono taglienti e difficilmente contestabili: «A maggio, insieme a Walter Ricciardi e a un team di esperti, abbiamo fatto un’analisi, regione per regione, di quello che doveva essere messo in piedi per affrontare la seconda ondata: dalle residenze Covid ai tamponi, alle mascherine, alle terapie intensive. Abbiamo portato quel lavoro a Speranza. Non è stato fatto quasi nulla. E ora abbiamo metà di tutto quello che ci servirebbe. Il governo ci ha riempito di retorica e di obblighi senza riuscire a fare il suo dovere. Lo Stato non funziona e nessuno se ne cura. Non riusciamo a spendere i soldi che abbiamo. E questo riguarda anche i provvedimenti per l’emergenza economica, scritti male e implementati peggio. E quando c’è un’ emergenza come questa, il funzionamento dello Stato fa la differenza tra la vita e la morte. Ho fondato Azione precisamente per questa ragione». 

Alla giornalista che fa notare come non possa essere tutta colpa del governo, Calenda non si sottrae e deciso la mette giù pesante: «E di chi altro dovrebbe essere la responsabilità? Il compito del governo è far funzionare lo Stato, e la politica è arte di governo. In Italia è diventata invece come il Palio di Siena: l’obiettivo è solo non far vincere la contrada avversaria, il resto non conta. Dicono agli italiani “dipende da voi”, e io non ho mai contestato un Dpcm, ma chiedo a chi sta al governo: voi avete reso conto agli italiani di quello che avete o non avete fatto ? Ci spiegate perché i tamponi che dovevano essere trecentomila sono la metà e non si trovano neanche i vaccini antinfluenzali, mentre il commissario Arcuri ogni giorno ci ricorda che dovremmo ringraziarlo per il magnifico lavoro svolto?». 

Calenda non è al Governo del Paese e non può incidere sulle politiche nazionali. Ma la sua intenzione è poter incidere almeno su Roma e i suoi problemi con un piano a 360 gradi per la città, elaborato insieme alle tante associazioni che lavorano sul campo a Roma, che spiegherà cosa fare, in che tempi e con quali risorse, in una visione di valorizzazione dell’enorme patrimonio umano e culturale della Citta Eterna.