Dopo la segreteria Renzi che tentò la strada di un riformismo moderno lontano da fumisterie comuniste, il PD è diventato un partito senza una sua identità chiara e facilmente comprensibile. Lo dimostrano i sondaggi che, tra poco, lo vedranno terzo o quarto partito d’Italia, dietro a Lega, FdI e M5S. Al suo interno convivono due animeuna, dopo l’uscita di Matteo Renzi, molto debole e incapace di farsi valere, fa capo a Lorenzo Guerini e Luca Lotti, non ha mai difeso fino in fondo e in modo autorevole  le proprie idee, subendo decisioni prese in altre sedi come nel caso della prescrizione abolita per volere del M5S in ossequio al suo modello giustizialista; l’altra fa capo a Zingaretti, per conto di D’Alema e Bersani; con la testa rivolta al passato, ha stretto un’alleanza con il M5S con il fine di renderla strategica, il che significherebbe che il PD ritroverebbe una identità certamente definita ma con una vocazione populista, una adesione al giustizialismo giudiziario e, contro le voci liberali dell’altra anima, la riproposizione di un modello economico basato sullo statalismo. Che queste due anime possano continuare a convivere, ho qualche dubbio. Prima o poi arriveranno allo scontro. L’esito è quasi scontato: l’anima liberale emigrerà verso altre postazioni mentre rientreranno nel partito i resti del fu Liberi e Uguali, come Speranza e Bersani. Ricostituiranno il glorioso Pci o il PDS o i DS o quel che vorranno definirsi e riprenderanno a praticare le praterie dell’opposizione con le parole d’ordine «contro il modello produttivo», per «riformare il capitalismo», «rendere più umana, più giusta la globalizzazione», parole altosonanti, roboanti, rassicuranti, confortanti, ma, alla luce della storia, completamente vuote di ricadute positive sulla realtà quotidiana degli esseri umani.