Dall’abusivismo edilizio al fisco, c’è un partito trasversale dei condoni che in Parlamento mina la fiducia del popolo italiano nel rispetto delle regole. Il dramma di Ischia ha riacceso l’attenzione sui guasti provocati dalle sanatorie, l’ultima delle quali voluta dal governo CONTE proprio per l’isola. E se qualche politico insinua che molta responsabilità è in capo anche ai sindaci, ecco Salvini, il ministro macchietta, intervenire dichiarando di “volere proteggere i sindaci e liberarli dalla burocrazia”.

In Italia ogni condono rimanda a un altro condono, lo riapre, lo amplia o lo semplifica. E se poi la parola condono non piace, c’è sempre una parola nuova – una rottamazione, un saldo e stralcio o una pace fiscale – capace di inghiottire quella vecchia. Infatti, c’è tutto il campionario nei 37 provvedimenti di sanatoria, concordato, amnistia, prescrizione, scudo fiscale, indulto, definizione agevolata ed emersione del sommerso approvate dal 1945 a oggi, quelle leggi che hanno convinto tutti i furbi, furbetti e furbastri che la nostra sia una Repubblica fondata sul condono. La colpa di Conte è stata quella di applicare di fatto un rapidissimo silenzio-assenso alle 26 mila domande di condono dell’isola, rendendo impossibile ogni controllo. Ma quando quella norma arrivò in aula, leghisti e fratelli d’Italia votarono a favore e Forza Italia offrì una benevola astensione. Un’indignata levata di scudi partì solo da Renzi (documentato) e da parte del PD di allora.