Nel 450 a.C., i cittadini vivevano in capanne di fango venute su alla rinfusa e disordinatamente, con una porta per entrarvi, ma senza finestre, e una sola stanza in cui mangiavano, bevevano, dormivano tutti insieme babbo, mamma, figliuoli, nuore, generi, nipoti, schiavi (chi ne aveva), polli, somari, vacche e porci. Gli uomini, al mattino, scendevano al piano per arare la terra. E fra loro c’erano anche i senatori che, come tutti gli altri, aggiogavano i buoi e spargevano il seme o falciavano la spiga. I ragazzi li aiutavano, perché il lavoro dei campi era la loro unica e vera scuola, il loro unico e vero sport. E i padri approfittavano dell’occasione per insegnar loro che il seme dava buon frutto solo quando il cielo mandava acqua e sole in giuste dosi sulla zolla; che il cielo mandava acqua e sole in giuste dosi sulla zolla solo quando gli dèi lo volevano; che gli dei lo volevano solo quando gli uomini avevano compiuto tutti i loro doveri verso di essi; e che il primo di questi doveri consisteva nell’obbedienza dei giovani ai vecchi.

Così Indro Montanelli nella Storia di Roma. È verosimile estendere questi costumi e credenze anche ai contigui popoli italici,  sannita in primis.

Oggi gli Dei sono stati sostituiti dallo smartphone. È questo strumento pazzesco la vera unica scuola di vita dei giovani. Con conseguenze nefaste nei rapporti sociali e soprattutto nei rapporti generazionali: i vecchi? Sono un disturbo o una fonte per i propri capricci. Così, l’uso smodato dello smartphone porta a una  riduzione dei rapporti sociali reali, e di conseguenza a una riduzione delle competenze in diversi settori, dal momento che la mancanza di contatto fisico impedisce ai giovani di apprendere conoscenze ed esperienze dirette, oltre a impedire la conoscenza delle basi della socializzazione, come ad esempio la gestione del contatto fisico, e quella delle situazioni conflittuali.

Giovani senza bussola. Vecchi nei ripostigli (RSA).