In un libro privo di manicheismi come “L’Italia del Novecento” (edito da Einaudi), lo storico Miguel Gotor (che è stato parlamentare di Articolo Uno, vicinissimo a Bersani), pur ripercorrendo senza sconti la vicenda politica di Craxi, descrive così la stagione del 1992-94: l’ inchiesta di Mani pulite si svolse in “un clima giustizialista in base al quale un semplice avviso di garanzia si trasformava in un’inappellabile condanna davanti al tribunale dell’opinione pubblica”, favorendo un “clima da caccia alle streghe” e nei giorni più caldi del 1993 “i magistrati del pool, in modo invero irrituale, lessero un documento in diretta televisiva” con il quale segnarono la fine del Pentapartito e la morte politica di Bettino Craxi.

Per timore della Magistratura che, in quegli anni, come molti hanno denunciato nel tempo, abusarono di carcerazioni preventive e  di una mole ingente di avvisi di garanzia (che segnava la fine politica o economica dell’indagato), tutti i politici di allora lasciarono che la rabbia popolare si concentrasse praticamente solo su Craxi. Fuggirono tutti come topi di una nave che affonda. 

Solo su di lui ricaddero tutte le degenerazioni del sistema politico italiano.  In proposito Goffredo Bettini, che è stato segretario del Pci romano quando Craxi era a palazzo Chigi, ricorda: “Quando lui fece una chiamata sul finanziamento illegale della politica (che riguardava tutti i partiti e non solo il PSI), non abbiamo avuto il coraggio di dire che il sistema non funzionava. Dire, noi siamo i buoni e gli altri i cattivi è stato uno sbaglio enorme, perché non ci ha fatto vedere che tutto il sistema politico stava franando”.

Oggi, a 23 anni dalla scomparsa di Bettino Craxi, avvenuta il 19 gennaio del 2000, si sono recati sulla sua tomba ad Hammamet, come ogni anno da quella data, esponenti del centro-destra e del Terzo Polo.

Del Terzo Polo, sappiamo che Calenda e Renzi, all’epoca dei fatti, erano ancora ragazzi. La loro presenza, tramite Ettore Rosato, ha però un grande significato: si è voluto omaggiare un grande riformista. Del centro-destra  va detto che tutti i suoi esponenti, da Salvini (viene dimenticato il cappio), a Berlusconi (il fratello Bettino) a quelli dell’ex MSI ora FdI (lancio di  monetine), sono oggi tutti accomunati nell’elogiare Bettino Craxi perché da grande statista seppe difendere “la grandezza e la sovranità” dell’Italia.

Tralasciando il M5S che di politica sa e fa poco, un silenzio di tomba si leva, invece dal PD, nonostante, nel tempo, tanti vecchi esponenti provenienti dal PCI abbiano parlato di Craxi come di un vero uomo di sinistra. I suoi leader, da anni a parte Renzi, non si esprimono. Potrebbero attestarsi sulla linea, comoda ma dignitosa, delle “luci e ombre”. E invece no. Zero. Agnosticismo puro. Detto terra terra, fanno gli gnorri.  Eppure, mai come in questo momento,  anche andare a mettere un fiore sulla tomba di Craxi avrebbe potuto risultare per il Pd un gesto politico forte e chiarificatore perché mai come ora la crisi di idee e identità del Partito democratico è totale e apparentemente irrimediabile come adesso; e mai come ora l’unica via di uscita dal vicolo cieco che sta producendo effetti pratici in termini di evidente e certificata contrazione del consenso, risulta essere quella che passa proprio dalle parti di Craxi. Una via che però, per il Pd dell’attuale gestione, è semplicemente impercorribile. Si preferisce accarezzare il riformismo da lontano (per mantenere a bordo un po’ di  voti di elettori poco inclini a spostamenti radicali a sinistra) e percorrere la strada che conduce alla contesa con il M5S in un campo dove si finisce per forza di cose a fare la gara sulla radicalità e su chi la spara più grossa in un continuo rincorrersi di demagogie e arruffamenti di popolo.

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Nella foto, da sinistra in senso orario: Ettore Rosato sulla tomba di Craxi ad Hammamet; Craxi e Berlinguer; i giornali che scaricano su Craxi ogni nefandezza; Craxi interrogato in tribunale da Antonio di Pietro.